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"Marco Archetti è uno scrittore raffinato e intelligente, con un grande futuro davanti a sé. Non perdete questo treno, saltateci su adesso." Joe R. Lansdale.

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Biografia in breve

Via dell'Archetto

Sono nato a Brescia il 26 marzo 1976.
Dopo il liceo, a diciannove anni, me ne sono andato di casa. Per mantenermi ho fatto lavori di ogni genere: venditore di panini allo stadio, cameriere in ristoranti, pizzerie e birrerie, pulitore di gabinetti, benzinaio, operatore Telecom.
Nell'arco dei quattro anni successivi ho scritto cinque romanzi, mai proposti a nessun editore.
Poi sono partito per L'Avana e ci sono restato un anno e mezzo. Ho vissuto di pochi, striminziti risparmi nella casa del mio amico, poeta e traduttore Omar Perez (Malecon 675).
Una volta rientrato in Italia, quasi senza accorgermene, ho portato a termine Lola motel, romanzo cominciato a Cuba e che sarebbe uscito nel 2004 presso l'editore Meridiano zero, di poco preceduto dalla pubblicazione di un racconto in un'antologia intitolata "Gli intemperanti".
In seguito la rivista "Nuovi argomenti" mi ha pubblicato due reportage, uno sul terremoto nelle Marche e l'altro dal titolo Cuba, patria y muerte.
Nel 2005, per l'editore Feltrinelli, è uscito il mio secondo romanzo, Vent'anni che non dormo.
A settembre dello stesso anno ho partecipato al festival letteratura di Mantova nella sezione "Scritture giovani" col racconto comico-cimiteriale Jet lag - racconto che, in maniera per me del tutto inaspettata, ha ricevuto il caloroso apprezzamento pubblico di Joe R. Lansdale. Quindi, insieme ad altri scrittori europei del progetto, sono partito per un breve giro di presentazioni del racconto e mi hanno ospitato ai festival di Berlino, Oslo, Hay Bay.
Nel 2005 mi sono trasferito a Roma per tutto il tempo che le mie tasche me l'hanno consentito e ho scritto Maggio splendeva, uscito per Feltrinelli nel 2006. Il romanzo, ambientato nel Ventennio, mescola storia e fantasia, e racconta l'Italia come un paese impantanato in un'eterna adolescenza, che ristagna tra avanspettacolo e cieche obbedienze. La storia è quella di Leo Piccioni, un ragazzino con poteri paranormali, che un'avvenente zia proverà a trasformare in un improbabile sovversivo.
Nel 2007 ho partecipato al Festival internazionale di La Paz e alla settimana della cultura de L'Avana. Nel 2008 al Festival internazionale di Guadalajara, in Messico.
Nel 2009 ho pubblicato il romanzo Gli asini volano alto e l'ho presentato in prima uscita pubblica a Firenze insieme a Stefano Benni, col quale, alternandoci, abbiamo letto quattro capitoli.
Del 2011 è Sabato, addio, primo di tre romanzi ambientati in epoche diverse nel quartiere Carmine, una specie di ininterrotta via del Campo, ventre della mia città. La struttura narrativa di tutti e tre, ispirata all'"Antologia di Spoon river" di E.L.Master, è il racconto in prima persona. Il protagonista, arrivato alla fine, ripercorre le sue vicende dicendo finalmente tutta la verità e svelando come il destino, insinuandosi, gli ha presentato il conto.
Il secondo, Sette diavoli, è uscito nel 2013. È ambientato nel secondo dopoguerra e racconta la vendetta e la guerra personale di una donna che nel momento fatale costringerà perfino Dio ad abbassare lo sguardo.
Al terzo sto lavorando.
Nel frattempo collaboro al Corriere della Sera, pagine di Brescia, con una rubrica che si chiama "L'infiltrato speciale".
Tiro di boxe e mi alleno nella storica palestra Mariani di Brescia.
Detesto chi scrive per amore di se stesso e non delle storie che racconta.

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Il mio lavoro



Lola Motel

Lola Motel (Feltrinelli 2004)

“Nessuno era pulito. Era incredibile pensarlo e vederlo. Né loro né i loro genitori. Generazioni di mentitori per quattro soldi, di giuramenti invano, di garanzie senza garanzia. Tutti arraffavano, tutti rosicchiavano e facevano quel che potevano. Soldi che ingrossavano, ma di poco, ad ogni passaggio di mano, creste e crestarelle su chi già ti faceva la cresta perché a sua volta gliela facevano, spiccioli che crescevano su altri spiccioli. Così si stava in piedi, non standoci realmente nessuno. Così le briciole ricostituivano il pane che nessuno si mangiava.”





È il primo romanzo che ho pubblicato. A ripensarci adesso, la sensazione non è esattamente quella di averlo scritto, diciamo piuttosto che mi è esploso tra le mani. Contiene alcuni eccessi, qualche ingenuità e un’esplosiva voglia di raccontare. Ha l’odore, per me, della casa sul malecòn nella quale lavoravo e lavoravo, incurante delle grida dalla strada e delle asfissianti ondate di calore pomeridiano. Ma anche di un monolocale a Brescia, rattrappito in un vicolo un po’ lugubre e dal nome fascinoso. Ancora adesso ho l’impressione di vedermi, chino al tavolo della minuscola cucina-salotto mentre, fino a tarda notte, cerco di dargli una forma. È un romanzo tracimante e malinconico che ha ottenuto attenzione e un certo favore. Racconta dell’educazione sessuale, politica e sentimentale di Felipe, un ragazzino della Cuba squarciata dal periodo especial. Le notti di regime, gli odori del sesso. I corpi come unica droga possibile. E poi il Lola motel, squallido albergo che raccoglie l’umanità più varia, in cui tutti – vincitori e vinti – vanno prima o poi a finire.





Recensioni





“Da leggere obbligatoriamente prima di partire: Cuba vista senza paraocchi.”

Diego Zandel, 12.02.2004



"Finalmente uno scrittore, non solo un narratore di trame. Come nelle canzone di Elvis, al Lola motel ci lasci il cuore."

Davide Ferrario, 14.02.2008



“Alla sua opera prima, Marco Archetti centra il bersaglio grosso.”

Ernesto Milanesi, 31.01.2004





Vent'anni che non dormo

Vent'anni che non dormo (Feltrinelli 2005)

“Guardavo il cielo, una bellissima fitta assolata in un settembre stupendo:tutto quell’azzurro attraversato dall’azzurro, solo qualche nuvola nell’uniformità. Da piccolo mi chiedevo perché, se guardavo in alto, non vedevo direttamente Gesù. E mio nonno: - Guarda che ti sbagli, quello è Dio, non è mica Gesù che ha fatto il mondo e se ne sta fermo lassù. Allora io gli chiedevo: - E Gesù dove sta? E lui: - Boh, io sapevo che era morto.”





È il primo romanzo che ho pubblicato con Feltrinelli. Andata così: fine agosto, sto camminando per strada, ed ecco che il mio agente mi chiama e mi dice che in via Andegari vogliono conoscermi. La prima cosa che ho fatto, dopo aver ottenuto rassicurazioni sul fatto che non si trattava di un pesce d’aprile fuori coordinata temporale, è stata berci su qualcosa – più di qualcosa, a dire il vero. Il romanzo racconta la storia di uno che si chiama come me, fa il cameriere e attraversa la sua vita senza sentirsi appartenere a nulla: è padre ma non ci crede, sembra non avere nulla da perdere eppure perde sempre qualcosa, in forma di disperanti e incoercibili svuotamenti. Non ha una precisa morale e non ne sente la mancanza. Parallela alla storia del protagonista, c’è quella di suo nonno, gigante esistenziale, spiritoso e anarchico, scappato dalla guerra e poi finito in un ospizio. In poche parole, una storia di sopravvivenze e di perdono. Se potessi riscriverlo ora lo farei con maggior disciplina narrativa, ma mi rendo conto che è stata per me una più che salutare officina per di più a porte aperte, per cui, chi volesse osservare come ho usato i ferri del mestiere e mischiato gli ingredienti, non ha che da fare un passo avanti.





Recensioni





“Marco Archetti tiene teso il racconto in un punto miracoloso di equilibrio tra l’acida istantanea di un’autobiografia giovanile e la dolorosa malinconia di una storia lunga e lenta, con un uso della lingua libero e preciso. È un racconto acido e severo, che al principio fa ridere e alla fine commuove. In mezzo c’è l’unica storia possibile, quella col trans Samantha. Fa l’amore in quattro righe, le migliori del libro.”

Concita De Gregorio, 19.03.2005



“La seconda prova letteraria del bresciano Marco Archetti lascia il segno. È un fedele specchio della nostra società, dove tutto dura lo stretto indispensabile. L’autore rende con vivace precisione le tante gerarchie della nostra epoca.”

Fabrizio Di Ernesto, 01.06.2005





Maggio splendeva Maggio splendeva

Maggio splendeva (Feltrinelli 2006)

“Il Duce. Mussolini in persona. Questo il fulmine che attraversò il ciel sereno del pomeriggio del 15 settembre 1937 di casa Piccioni: nello stesso giorno in cui Franco chiedeva al governo italiano quattro sottomarini, il Duce imponeva alla compagnia e a Leo un appuntamento ufficiale a palazzo Venezia per la settimana successiva…”





Roma, 1936: mi ci sono immerso. Ho letto, riletto, cercato documenti, ascoltato mille registrazioni, visto decine di filmati. Roma, 2005: quando ci ho vissuto io. A dirla tutta, l’esperienza di scrittura di questo romanzo è stata così totalizzante che non mi sembra di aver mai davvero vissuto fuori da esso, col risultato che non ho ricordi di quel periodo di soggiorno romano diversi dall’avanspettacolo o dall’annuncio della conquista dell’Etiopia. Tutta la verità? Raccontare di Leo, ragazzino bislungo con poteri paranormali, mi ha divertito come non mai. E il personaggio di Ester – zia nullafacente, lettrice di Freud in lingua originale, cinefila di bocca buona, felliniana e tonda, antifascista irrazionale che lo trasformerà in una star dell’avanspettacolo – mi si è presentato all’improvviso, dopo che per un bel po’ l’avevo ottusamente relegata a un ruolo secondario. Lo amo molto. Qualcuno ha detto che sotto le mentite spoglie narrative ho voluto trasmettere il concetto che l’Italia del fascismo è in fondo l’Italia di sempre, cioè familistica, sgangherata, cialtroneggiante; un Paese eternamente adolescente cui va bene la rivoluzione, ma a patto che non se ne parli sul serio. A patto che la faccia sempre qualcun altro.





Recensioni





“La lingua di Archetti è piena di slanci, non si accontenta mai, sempre alla ricerca di alchimie inedite.”

Ciro Bertini, 07.12.2006



“Marco Archetti ha consegnato a Feltrinelli il suo terzo romanzo, raggiungendo con esso la maturazione come scrittore: perché Maggio splendeva mantiene l’inventività linguistica dei suoi due libri precedenti, ma la esercita in modo più selettivo. E ha una trama strepitosa.”

Maria Serena Palieri, 08.11.2006





Gli asini volano alto

Gli asini volano alto (Feltrinelli 2009)

“Papà ci guarda, la forchetta gli cade di mano e una lacrima minuscola gli fa una riga su una guancia. Ci abbraccia. Stretti. Per la prima volta. Noi che finiamo la pizza in una strana, muta euforia. È incredibile, ma a pensarci davvero tutto sembra accaduto a qualcun altro, qualcun altro di cui mi hanno raccontato. Eppure eravamo noi, seduti a un tavolo di formica di un condominio qualsiasi, io con un maglione arancione a rombi e in posa per una fotografia che Giosuè non riusciva mai a fare. Il tempo gioca strani scherzi. Un battito di ciglia e sarebbe arrivata in un attimo, quell’incredibile estate del 1989.”





Così, di punto in bianco, in un faticoso inverno milanese, mi esce fuori dalle dita questa storia: due fratelli, Arto e Giosuè, uno quesi prete e uno quasi confuso, che partono per un viaggio a Lourdes. Da lì fuggono, alla ricerca di una libertà che passa anche per la programmatica trasgressione di quei dieci comandamenti che hanno tarpato la loro esistenza fino a lì. Persi per le strade di Spagna si conosceranno per la prima volta, soggiacendo a un inatteso scambio di ruoli e di caratteri. Dietro di loro, foto di famiglia sempre troppo mosse e un muro di Berlino che ha tagliato la loro infanzia in due e ha distrutto la vita di un padre idealista. Davanti, forse, un’altra fuga e un altro senso. È un romanzo movimentato, riepilogativo, scapicollato. Credo abbia chiuso un ciclo. Non so dire quale, ma so che è così.





Recensioni





“I giovano scrittori italiani di rado spiccano per ironia. Marco Archetti, bresciano, classe ’76, è una felice eccezione. Soprattutto perché grottesco e surreale sono per lui sagace strumento di interpretazione della realtà contemporanea. Così il picaresco viaggio a Lourdes dei due fratelli diventa una caustica meditazione sui due principali tabù della società: famiglia e religione.”

Benedetta Marietti, 18.04.2009



“Marco Archetti è bravo, padroneggia le sue trame con lucida ironia, e la storia dei fratelli Arto e Giosuè riesce a scivolare sulla quotidianità dei nostri anni con i toni di una riuscita commedia.”

Sergio Pent, 15.08.2009





Sabato, addio

Sabato, addio (Feltrinelli 2011)

"Sabato sera, ottobre di due anni fa, seduti in un bar - ecco quando questa brutta vicenda è cominicata. Poi penso: potrei anche piantarla, smettere qui, a cosa serve spiegare? All’inizio di questa storia c'è una donna. Alla fine, due. Nessuna delle due è stata per me."





Nel rispondere alle interviste ho sempre affermato di aver scritto questo romanzo come se avessi avuto una bomba sotto la sedia. Vero, è andata proprio così: l'ho rovesciato sui fogli tutto d'un fiato, correndo, sentendomi inseguito e inseguendolo a mia volta. Due mesi senza riposo, aboliti i sabati e anche le domeniche, tentando di non farmi lasciare indietro dalle mie visioni. Poi, un lungo anno di riconsiderazione e limatura parola per parola, immagine per immagine, più o meno dimezzandone la lunghezza - volevo risultasse agile e velocissimo. Più che un romanzo, è un treno. In poche parole, è la storia di una passione e di una vendetta. Ma anche un'ininterrotta confessione sul desiderio. Sullo sfondo, mondi che finiscono e mondi che ricominciano. L'ho ambientato nella mia città, nel quartiere del Carmine, luogo di vite marginali, misteriose e furibonde. Da bambino mi faceva paura.





Recensioni





"Sabato, addio è scritto come una confessione. Viene in mente Simenon. Ci regala alcune pietruzze di verità e a noi lettrici il romanzo spiega quale ebbrezza e dannazione possa essere la femminilità. Uno sguardo stupefatto e intimo."

Maria Serena Palieri, 24.05.2011



"Quasi una riflessione carveriana sul metabolismo silente di ciò che spinge una vita alla deriva. Un romanzo tutta polpa, senza orpelli e fuffa moraleggiante, rettilineo e irresistibile. Finale nichilista, sereno e bellissimo."

Nino Dolfo, 08.06.2011



"Marco Archetti ribadisce i risultati convincenti fin da Lola motel. Pagine sorrette dall'aggressività delle similitudini dell'io-offeso, racconto allucinato, e poi la leggera accettazione sapiente, verniciata di malinconia."

Giuseppe Amoroso, 05.06.2011





Sette diavoli

Sette diavoli (Giunti 2013)

"Non parli? Continuerò a domandare.
Me la farai pagare? Ci sono abituata.
Brucerò? Nessun inferno brucia più di una donna tradita."






Un anno prima che lo scrivessi, questo romanzo era già nella mia mente. Però mancavano ancora molte cose perché potessi cominciare a buttarlo giù davvero. Per esempio, non avevo messo a fuoco la protagonista. Sapevo solo che doveva chiamarsi Egle. In cerca di idee, una sera gironzolo al Carmine, quartiere in cui questo romanzo è ambientato. Fermandomi al solito bar, il Ponticello, noto una vecchia signora conciata male che parla ad alta voce. È davanti a un bicchiere di vino e non è del tutto in sé. Mi fa cenno, balbetta. Forse mi scambia per qualcun altro. Farnetica, racconta. Io la ascolto. E più la ascolto, più la guardo. E più la guardo, più penso: tu sei Egle. Così mi sono precipitato a casa, mi ci sono chiuso per tre mesi e ho terminato il romanzo. Sette diavoli racconta la storia di Egle, e anche di quella donna che non ho rivisto mai più. È teso come una fucilata. L'ho scritto con amore e con furia.















Archetti, ritratto d’autore

Con la scusa dell’uscita del suo ultimo libro, Sabato, addio, tracciamo il profilo di uno degli scrittori più interessanti della nuova letteratura italiana: quattro buone ragioni per iniziare a leggere una firma diversa da tutte le altre



di Marinella Doriguzzi Bozzo



Si ripresentano gli inizi degli anni scolastici, le continuità del lavoro (o della disoccupazione), i resoconti delle vacanze, spesso postati fotograficamente su Facebook in termini di luoghi, amori, amicizie. Noi abbiamo trascorso questa fittizia immersione nell’altrove con Marco Archetti - naturalmente ad insaputa dell’autore che, intanto, chissà dov’era. E abbiamo scelto lui come compagno mentale non solo perché favorevolissimamente colpiti (e accade di rado) dal suo ultimo libro Sabato, addio (2011) ma anche perché desiderosi di capire come mai di questo giovane scrittore di sicuro talento non si parli e si dibatta molto, ma molto di più. E abbiamo ripercorso a ritroso tutto il suo lavoro, riemergendo gratificati e convinti dell’autorevolezza originale della sua voce, capace di esprimersi con qualità coerente e continua sin dagli esordi di Lola Motel (2003) per proseguire con Vent’anni che non dormo (2005), Maggio splendeva (2006), Gli asini volano alto (2009).



Ora, perché secondo noi Archetti non è uno dei tanti impiegati o meteore di un mondo letterario dominato da premi e premiucoli, giovanilismi più o meno sapienti, rifiniti dagli editor e dalle scuole di scrittura, o da casistiche personali particolari, che subito diventano parola da trasmettere? E che spessissimo non hanno nulla a che vedere con la letteratura, quanto piuttosto con il sottobosco mediatico (e con il tanto tempo disponibile da penuria di lavoro)?



Probabilmente, per almeno quattro ragioni principali. Innanzitutto, guardando alla sua opera nell’insieme, Archetti è uno dei pochi ad aver fondato un suo mondo sempre riconoscibile, che si travasa da un libro all’altro indipendentemente dai contenuti, dalle trame, dai personaggi. Sempre diversi, questi, eppure dati all’interno di una identificabilità immediata che non ha nulla da spartire con la serialità, ma costituisce la vera linea di demarcazione fra un autore e uno scrittore più o meno occasionale.



In secondo luogo perché Archetti sa costruire delle trame, organizzandole con una precisione geometrica che enfatizza il piacere di narrare e di ascoltare, e di pagina in pagina sollecita il lettore a chiedersi come andrà a finire, punto cardine del fascino di ogni storia. E lo fa sia seguendo e facendo assaporare direttamente gli eventi, sia interpolandoli nel tempo, magari intervenendo con parentesi apparentemente estranee, che si riveleranno perfettamente coerenti con le convergenze finali. Senza per questo però gigioneggiare con la suspence né aderire alle abusate mode dei flash back o degli assemblamenti di materiali diversi, ibridati da altri mezzi espressivi, quali la musica o la pittura, o, meglio, le immagini e i suoni del cinema e della rete - ma rimanendo sempre rigorosamente accosto alla misura del mezzo letterario.



In terza istanza, ci si trova da subito e sino alla fine emotivamente coinvolti dai protagonisti narranti in prima persona (a eccezione della terza di Maggio splendeva) senza che la scelta di un io narcisistico o demiurgico soffochi ronzando la pienezza delle altre figure o degli ambienti, ritratti frontalmente o di sghembo, per accenni o istantanee fugaci, comunque sempre stondati in modo tale da renderli non solo vivi e realissimi, ma anche immediatamente riconoscibili all’esperienza di chiunque. Con una rara capacità di dialogo che - sommandosi a quella descrittiva e drammaturgica - riesce a inciderli corticalmente nel lettore, e sempre con la massima economia possibile di mezzi, compresi i tagli; sì che si potrebbe parlare di una forma di impressionismo razionalista.



Infine - ma si potrebbe scrivere un volume, che generosamente risparmiamo - l’uso della parola: naturalissimo, contemporaneamente colto e colloquiale , scelto e appropriato a tal punto da dare l’impressione che sia sempre l’unico possibile, all’interno di quel mondo e di quel libro. Di una ariosità nitida e al tempo stesso pratica e funzionale. Nonché improntato a una velocità incalzante del fraseggio, che ha la magia di far correre gli eventi, lasciando però al lettore tutti gli agi di far echeggiare a modo suo ogni concisione e ogni spazio bianco.



Uno scrittore già maturo e completo fin dal suo libro di esordio, in grado di attrarre giovani e meno giovani in virtù di una tonalità speciale e inconfondibile, che ha molto da dire sia in termini di esperienza di vita che sotto il profilo dell’intrattenimento ironicamente intelligente: una rara sintesi tra classicismo e contemporaneità non apparentabile in modo visibile ad alcun altro padre letterario, fatta eccezione, forse, per Joe Lansdale, anche lui abilissimo nel coniugare umorismi lapidari e intimismi lievi o cupi, nonché concitazioni dinamiche che torcono tridimensionalmente le parole e le azioni secondo traiettorie riscontrabili solo in certe tavole di Jacovitti. Ma Lansdale è uno scrittore a più voci, spesso disuguali. Archetti è solidamente, e anche prolificamente, solo Archetti. E, sulla scorta di questa tautologia, la critica si toglie di impiccio e vi invita a leggerlo tutto. Vi farete un regalo, anche se professionalmente un po’ dispiace di non trovargli dei difetti, e di non saper nemmeno preferire un libro all’altro.



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