“Marco Archetti è uno scrittore raffinato e intelligente, con un grande futuro davanti a sé. Non perdete questo treno, saltateci su adesso.”
Joe R. Lansdale

“Essere fraintesi è tutto.”
Marco Archetti

ritratto fotografico dello scrittore Marco Archetti
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Biografia in breve

Via dell'Archetto

Marco Archetti, in queste note biografiche tese soprattutto a fargli fare una discreta figura, opterà per il racconto di sé in terza persona, dandola cioè a bere con un tono da voce enciclopedica.

Marco Archetti è nato a Brescia il 26 marzo 1976 alle ore 18:20.

Non ricorda molto dei primi anni di vita, eccetto cumulo-nembi di Vix Vaporub, il letto pigiato contro il termosifone nella casa dei nonni materni di Fabriano a Natale, la mensa dell’asilo a Brescia, le corse in cortile su una bici da cross rossa.

Prese ceffoni da suo padre solo una volta ma per due ore consecutive, il giorno in cui, in un alimentari, travolse un cesto contenente centinaia di uova. Tuttavia, grazie a questo incidente, entrò di diritto nel Guinness dei Primati per la più grande frittata a terra mai realizzata.

Nulla da segnalare per quel che riguarda le scuole elementari; diciamo che si lasciava vivere, imparava nomi di fiumi e strofe in rima baciata, e nel mentre si chiedeva cosa diavolo significassero le parole delle canzoni di Franco Battiato che i suoi genitori ascoltavano in auto.

Primo film in assoluto visto al cinema: ET.

Delle scuole medie ricorda: C’era due volte il barone Lamberto di Gianni Rodari in versione Einaudi per le scuole, un amato professore di italiano che guidava un’ammaccata Skoda rossa, e Straordinario di Vladimir Tendrjakov, il primo romanzo russo letto nella vita.
Fatto saliente: la gita a Nizza durante la quale avrebbe dovuto dichiararsi ad Angela Lonati, senonché colà preferì rinunziare, optando per lo struggimento silente. Trattenne, con stoicismo, impulsi poetici.

A questo punto della sua vita, emergendo in tutta evidenza che il suo genio non era travalicante, che il suo svantaggio intellettuale rispetto alla matematica recava drammatiche stigmate e che il suo unico talento risiedeva nello scrivere frasette e ingarbugliarle, non ebbe altra scelta che il liceo classico. Conobbe così le lingue morte e lo studio della filosofia gli cambiò la vita per cinque anni, venendo egli ad apprendere che affermare “un sasso è un sasso” significava aver detto qualcosa.

Rutilante scoperta omnicomprensiva della donna.

Dopo il diploma capì che il suo bisogno era scrivere, quindi raccolse informazioni, consultò amici consapevoli e apprese che per essere credibile come scrittore avrebbe dovuto prima costruirsi un retroterra vagamente screziato di maledettismo, cioè darsi a una lunga serie di lavori sottopagati. Accettò di buon cuore la topica trafila e fu cameriere in laide osterie, spinatore in birrerie trisunte, pulitore di immondi gabinetti, benzinaio zufolante, venditore di gelati allo stadio e – brevemente, purtroppo – operatore telefonico erotico.

Nottetempo, durante questi cinque anni, scrisse cinque romanzi dei quali tutt’ora non ha una lusinghiera opinione e che, in un soprassalto di decenza di cui è grato a se stesso, non propose a nessun editore.

Ma la vita fu generosa con la sua biografia: per una serie di inattesi colpi di scena e sotto i generosi auspici di Danilo Manera, professore di Letteratura spagnola della facoltà di Lettere di Milano, mollò tutto e si ritrovò all’Avana, dove trascorse un anno e mezzo tra i più felici (non per le ragioni che il lettore sta forse immaginando) e infelici (non per le ragioni che il lettore insiste forse a immaginare) della sua breve vita, risiedendo al secondo piano della casa del suo amico, poeta, traduttore e monaco zen Omar Pérez, all’indirizzo Malecón 675.

Rientrato in Italia terminò Lola motel, romanzo cominciato a Cuba e uscito nel 2004 presso l’editore Meridiano zero di Padova, di poco preceduto dalla pubblicazione di un eccentrico raccontino all’interno de Gli intemperanti, antologia curata dallo stesso editore.

Pubblicò quindi due reportage narrativi che, insieme alla proposta di un lungo capitolo del suo romanzo d’esordio, contribuirono a minare la credibilità della pregiatissima rivista letteraria Nuovi Argomenti: uno sul terremoto nelle Marche e l’altro dedicato all’isola caraibica, che si intitolava Patria y muerte.

Nel 2005 per l’editore Feltrinelli uscì Vent’anni che non dormo e a settembre dello stesso anno partecipò al Festival letteratura di Mantova nella sezione “Scritture giovani” con un racconto comico-grottesco ambientato in un cimitero e intitolato Jet lag; insieme agli altri scrittori europei partecipanti al progetto, figurò tra gli ospiti dei festival di Berlino, Oslo ed Hay Bay.

A fine anno si trasferì a Roma per tutto il tempo che le sue finanze lo permisero (cioè poco), varcò le colonne d’Ercole mucciniane (ossia i trent’anni) e per tutta risposta sfornò Maggio splendeva, romanzo ambientato nel ventennio fascista che mescola fantasia e Storia e racconta di Leo Piccioni, ragazzino con poteri paranormali nell’Italia cieca e obbediente del 1936.

Nel 2007 fu invitato alla Settimana della cultura italiana a L’Avana, al Festival internazionale di La Paz e a quello di Guadalajara in Messico. Qui ebbe un’impetuosa storia d’amore di settantadue ore con una ragazza del luogo, culminata nella ferma intenzione di trasferirsi definitivamente, con lei, ad Acapulco.

Si trasferì a Milano.

Per mesi frequentò le patrie galere in vista della collaborazione alla stesura del soggetto del film Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario, poi ad aprile 2009 pubblicò Gli asini volano alto, romanzo picaresco e comico sui dieci comandamenti, lo presentò a Firenze con lo scrittore Stefano Benni e lesse, con la sua partecipazione, numerosi capitoli davanti a un nutrito pubblico che, immagina, sarà ancora grato a Stefano Benni.

Si trasferì a Torino per un anno.

Nel 2011, un repentino prurito: misurarsi con qualcosa di diverso, ed ecco dunque il noir di Sabato, addio, romanzo che narra una storia d’amore impossibile, ispirato dalla rilettura dell’Antologia di Spoon river e da chissà quali fantasmi di arcaiche digestioni.

Sette diavoli, quasi un monologo allucinato ambientato nel secondo dopoguerra, venne pubblicato da Giunti nel 2013. Due anni dopo uscì anche l’edizione tascabile.

Per la ricorrenza del quarantesimo anniversario della strage di Piazza Loggia, nella primavera del 2014 ha portato a termine un lavoro che gli sta molto a cuore: dopo una minuziosa ricostruzione “privata” mai realizzata prima e in seguito all’incontro con i parenti delle vittime, rielaborando tutto il materiale scrive otto racconti che narrano le loro vicende personali, seguendone la traiettoria fino alle tragiche ore 10.12 di quel 28 maggio 1974; la serie è stata pubblicata dal Corriere della Sera.

Nel 2015, a distanza di un mese l’uno dall’altro, è uscito con due libri: I giorni non si scavalcano (Rizzoli), romanzo di boxe che racconta la vita del campione Leonard Bundu sullo sfondo della guerra civile in Sierra Leone, e l’autobiografia della campionessa di ginnastica Vanessa Ferrari, co-firmata e intitolata Effetto farfalla (Mondadori).

Proficua anche la collaborazione al Corriere della Sera: nell’edizione di Brescia tiene una sapida rubrichina intitolata L’infiltrato speciale; su quello di Bergamo si atteggia ad intellettuale, qua e là riuscendoci; sul nazionale è stato chiamato quasi sempre a commentare fattacci.

Durante l’estate 2015, per Autoritratti BS015, spettacolo teatrale concepito e diretto da Fausto Cabra, attore protagonista del ronconiano Lehman Trilogy, ha scritto il monologo Ines tiene il tempo.

Molti altri suoi interventi sono stati, negli anni, pubblicati da L’Unità, Reset, Il Riformista, Vogue, Gioia, Vanity fair, D-Repubblica.

Cede talvolta a qualche innocua vanteria da bar, ma in genere detesta qualsivoglia posa atrabiliare.

Due cose che vorrebbe avere e non ha mai avuto: un frac e un acquario.

Il mio lavoro

LOLA MOTEL (Feltrinelli 2004)

Lola Motel

“Mio padre? Mia madre? Di quale topo stai parlando? Non so niente, amico, ma se vuoi ti racconto una storia: la storia di una puttana, di uno che per due giorni voleva essere Trotskij, e di una città bellissima.”

È il primo romanzo che ho pubblicato. La sensazione non è propriamente quella di averlo scritto, diciamo che mi è esploso tra le mani. Per me ha l’odore della casa a L’Avana nella quale vivevo e lavoravo incurante delle grida dei vicini e delle asfissianti ondate di calore pomeridiano, ma anche del monolocale di Brescia in vicolo dell’Inganno dove l’ho terminato. È un romanzo spavaldo e malinconico, che ha ottenuto attenzione e un certo favore. Racconta dell’educazione sessuale e sentimentale di Felipe, un ragazzino della Cuba affamata dal periodo especial. Le notti di regime, le grottesche avventure quotidiane, L’Avana e i suoi corpi. E poi il Lola motel, sgangherato albergo che raccoglie l’umanità più varia, in cui tutti – vincitori e vinti – vanno a finire.

“Finalmente uno scrittore, non solo un narratore di trame. Come nelle canzone di Elvis, al Lola motel ci lasci il cuore.”
Davide Ferrario, 14.02.2008

“Alla sua opera prima, Marco Archetti centra il bersaglio grosso.”
Ernesto Milanesi, 31.01.2004

VENT’ANNI CHE NON DORMO (Feltrinelli 2005)

Vent'anni che non dormo

“Lui ha voltato la testa verso di me e mi ha detto: «Ciao, che ci fai tu qua?»
Ho avuto un moto di stupore: «Che ci faccio io, qua?»
E lui: «Sì, tu. Non eri a rubare?»”

È il primo romanzo che ho pubblicato con Feltrinelli e racconta la storia di uno che si chiama come me, ha un olfatto straordinario e attraversa la propria vita con sarcastico sbigottimento: è padre ma non ci crede, sembra non avere mai nulla da perdere eppure perde sempre qualcosa, non ha una precisa morale e non ne sente la mancanza. Accanto alla sua, la storia di un nonno anarchico, scappato dalla guerra. È una storia di generazioni, di sopravvivenza e di perdono. Se potessi riscriverlo ora mi servirei di una maggior disciplina narrativa, ma mi rendo conto che quello sfacciato e vivace disordine è anche uno dei suoi pregi più spensierati.

“Marco Archetti tiene teso il racconto in un punto miracoloso di equilibrio tra l’acida istantanea di un’autobiografia giovanile e la dolorosa malinconia di una storia lunga e lenta, con un uso della lingua libero e preciso. È un racconto acido e severo, che al principio fa ridere e alla fine commuove. In mezzo c’è l’unica storia possibile, quella col trans Samantha. Fa l’amore in quattro righe, le migliori del libro.”
Concita De Gregorio, 19.03.2005

“La seconda prova letteraria del bresciano Marco Archetti lascia il segno. È un fedele specchio della nostra società, dove tutto dura lo stretto indispensabile. L’autore rende con vivace precisione le tante gerarchie della nostra epoca.”
Fabrizio Di Ernesto, 01.06.2005

MAGGIO SPLENDEVA (Feltrinelli 2006)

Copertina di Maggio splendeva Copertina Maggio splendeva edizione economica

“Il Duce, Mussolini in persona. Questo il fulmine che attraversò il ciel sereno del pomeriggio del 15 settembre 1937 in casa Piccioni: nello stesso giorno in cui Franco chiedeva al governo italiano quattro sottomarini, il Duce imponeva a Leo un appuntamento ufficiale a palazzo Venezia per la settimana successiva.”

Roma, 1936: mi ci sono immerso. Ho letto, riletto, cercato documenti, ascoltato mille registrazioni, visto decine di filmati. Roma, 2005: quando ci ho vissuto io. La scrittura di questo romanzo storico-comico è stata così entusiasmante che, a ripensarci, non mi sembra di aver mai davvero vissuto fuori da esso. Racconta di Leo, ragazzino bislungo con poteri paranormali, e di Ester, zia nullafacente, lettrice di Freud in lingua originale, cinefila di bocca buona, felliniana e tonda, antifascista irrazionale che lo trasformerà in una star dell’avanspettacolo. Racconta l’Italia fascista e forse l’Italia di sempre, familistica, sgangherata, eppur dotata di una certa salgariana purezza. L’Italia cui va bene la rivoluzione a patto che non se ne parli sul serio, a patto che la faccia sempre qualcun altro.

“La lingua di Archetti è piena di slanci, non si accontenta mai, sempre alla ricerca di alchimie inedite.”
Ciro Bertini, 07.12.2006

“Marco Archetti ha consegnato a Feltrinelli il suo terzo romanzo, raggiungendo con esso la maturazione come scrittore: perché Maggio splendeva mantiene l’inventività linguistica dei suoi due libri precedenti, ma la esercita in modo più selettivo. E ha una trama strepitosa.”
Maria Serena Palieri, 08.11.2006

GLI ASINI VOLANO ALTO (Feltrinelli 2009)

Gli asini volano alto

“Mia madre mi aveva sempre insegnato il perdono e aveva fatto di me un vero cagasotto, ma in fondo al mio cuore erano gli scapestrati a farmi sognare. André Bréton, per esempio. Considerava un gesto surrealista scendere in strada e far fuoco a casaccio con un revolver. Marcel Duchamp aveva cambiato per sempre la storia dell’arte servendosi di un orinatoio. Il Generalissimo Gesù Cristo riconcorreva a pedate i mercanti fuori dal tempio.”

Così, di punto in bianco, in un grigissimo inverno milanese, mi scappa fuori questa storia movimentata, avventurosa, divertente e un po’ amara. Parla dei due fratelli Arto e Giosuè, uno quasi prete e uno quasi scrittore, che partono per un viaggio a Lourdes. Da lì, inaspettatamente, fuggiranno come dei gangster alla ricerca di una folle libertà che passerà per la programmatica trasgressione di quei dieci comandamenti che hanno tarpato la loro esistenza, e solo lì, in Spagna, si conosceranno per la prima volta. Alle loro spalle, foto di famiglia mai a fuoco e un muro di Berlino che ha tagliato in due la loro infanzia, sconvolgendo la vita di un padre idealista. Davanti a loro, una fuga e un nuovo senso.

“I giovani scrittori italiani di rado spiccano per ironia. Marco Archetti, bresciano, classe ’76, è una felice eccezione. Soprattutto perché grottesco e surreale sono per lui sagace strumento di interpretazione della realtà contemporanea. Così il picaresco viaggio a Lourdes dei due fratelli diventa una caustica meditazione sui due principali tabù della società: famiglia e religione.”
Benedetta Marietti, 18.04.2009

“Marco Archetti padroneggia le sue trame con lucida ironia, e la storia dei fratelli Arto e Giosuè riesce a scivolare sulla quotidianità dei nostri anni con i toni di una riuscita commedia.”
Sergio Pent, 15.08.2009

SABATO, ADDIO (Feltrinelli 2011)

Sabato, addio

“Sabato sera, ottobre di due anni fa, ecco quando questa storia è cominciata. Poi penso: potrei anche piantarla, smettere qui, a cosa serve spiegare? All’inizio di questa storia c’è una donna. Alla fine, due.
Nessuna delle due è stata per me.”

Più che un romanzo, è un treno che va contro un muro. L’ho scritto come se avessi avuto una bomba sotto la sedia e in realtà era proprio così. L’ho rovesciato sui fogli tutto d’un fiato, inseguendolo e sentendomi inseguito, in un bruciante mese di insonnia. Poi un lungo anno di riconsiderazione e gelida riscrittura, immagine per immagine, parola per parola, dimezzandone la lunghezza perché volevo fosse rapace, terribile, velocissimo. È un noir, la storia di un uomo brutto che si innamora di una ballerina bellissima, di una passione e di una vendetta, e anche un’ininterrotta confessione maschile sul desiderio. Racconta un mondo che finisce e uno che comincia – racconta questi anni. L’ho ambientata nella mia città, nel quartiere del Carmine, luogo di vite marginali e furibonde. Da piccolo ne avevo paura.

“Sabato, addio è scritto come una confessione. Viene in mente Simenon. Ci regala alcune pietruzze di verità e a noi lettrici spiega quale ebbrezza e dannazione possa essere la femminilità.”
Maria Serena Palieri, 24.05.2011

“Marco Archetti ribadisce i risultati convincentissimi fin da Lola Motel. Pagine sorrette dall’aggressività delle similitudini dell’io offeso. Racconto allucinato, poi l’accettazione sapiente, verniciata di malinconia.”
Giuseppe Amoroso, 05.06.2011

SETTE DIAVOLI (Giunti 2013)

Sette diavoli

“Non parli? Continuerò a domandare.
Me la farai pagare? Ci sono abituata.
Brucerò? Nessun inferno brucia più di una donna tradita.”

Un anno prima che lo scrivessi, il romanzo era nella mia mente, però mancavano ancora troppi dettagli e non avevo messo a fuoco la protagonista – sapevo solo che doveva chiamarsi Egle. Una sera, in cerca di idee, gironzolo al Carmine, quartiere in cui la storia è ambientata. Mi fermo al bar Ponticello e noto una vecchia signora conciata male che parla ad alta voce. È davanti a un bicchiere di vino e non è del tutto in sé. Mi fa cenno, balbetta. Forse mi scambia per qualcun altro. Farnetica, racconta. Io mi siedo e la ascolto. Più la ascolto, più la guardo. Più la guardo, più penso: ricordati questi occhi. Quindi mi sono precipitato a casa, mi ci sono chiuso per tre mesi e ho buttato fuori il romanzo. Non ho mai più rivisto quella donna.

“Una storia bella e forte, come la voce di Marco Archetti che la racconta.”
Valeria Parrella, 06.04.2013

“Archetti le ama, le persone, e si capisce; le ascolta, le osserva, le studia, poi traduce sulla pagina anche i più piccoli dettagli. È uno scrittore intelligente, appassionato e si legge in apnea: una volta cominciato, non smetti più.”
Claudia Priano, 21.04.2014

I GIORNI NON SI SCAVALCANO (Rizzoli 2015)

I giorni non si scavalcano

“Da qui in poi lo imparerà: la vita è più pericolosa del pugilato.
La vita è un match truccato.
Di arbitri, nemmeno l’ombra. Nessuna regola e nessuna possibilità di prepararsi. L’avversario colpirà a sorpresa. E colpirà durissimo.”

L’ho conosciuto dopo la conferenza stampa di un match e presto mi sono reso conto che il fiorentino d’Africa Leonard Bundu non era solo un campione di pugilato ma aveva una storia esemplare scritta nella carne, e ho avuto il desiderio che fosse scritta anche sulla pagina. Una storia di pugni e speranze, galera e libertà, che comincia a Freetown nel 1990 e arriva, nel dicembre del 2014, al ring di Las Vegas per il titolo mondiale dei pesi Welter. Non è un romanzo in senso stretto, seppur ne rispetta la forma e i crismi, compreso il fatto che è scritto in terza persona. È una storia sull’essere sempre stranieri, una storia di pace e di guerra, d’amore e di sudore sullo sfondo della guerra in Sierra Leone e degli sbarchi di Lampedusa. Attraverso la boxe ho provato a raccontare qualcosa che, politicamente – lo dico in senso molto concreto, con umiltà –, credo riguardi tutti.

“I giorni non si scavalcano non è una semplice biografia, perché Marco Archetti, come un sagace croupier, smazza e dispone le carte a suo piacere, mettendo a nudo un uomo, il suo e il nostro tempo.”
Nino Dolfo, 19.05.2015

“L’uomo che ottiene successi senza lunga fatica sembra a molti saggio tra gli stolti, sentenziava Pindaro cantando la vittoria di un atleta. Il bellissimo romanzo di Marco Archetti dialoga a distanza con la medesima, dolorosa intuizione, fin dal proverbio africano che ne dà il titolo.”
Edoardo Rialti, 09.04.2015

Racconti e interviste

racconto di Marco Archetti, Bilocale Arredato

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racconto di Marco Archetti, A scuola con Jeeves

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racconto di Marco Archetti, Scrivere Selvaggiamente

Scrivere selvaggiamente

intervista a Marco Archetti su L'Unità

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intervista a Marco Archetti su Il Foglio

Intervista Il Foglio

intervista a Marco Archetti su LetterMagazine

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Intervento per Orwell

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