Russia da ridere

Da Il Foglio,

Io so. Ma soprattutto ho le prove. E le ho perché lo vedo bene, molto bene, fin troppo, e va a finire che poi non ce la faccio a continuare sereno la mia giornata. Va a finire che mi tormento per ore a causa dell’effetto che, otto volte su dieci, genero se pronuncio quelle due parole per me magiche, ma per taluni addirittura tragiche. Otto volte su dieci – io che, al contrario, vorrei esserne giardiniere – vedo sbocciare negli occhi dei miei interlocutori la rosa sofferta di una perplessità di sole spine. Vedo l’istante di vuoto, il pallore del volto, le più luttuose afferenze nel loro sguardo; otto volte su dieci, nella foschia di quelle iridi, mi sembra perfino di scorgere il frantume del ricordo, di un tentativo giovanile, volonteroso e baldanzoso, ma poi, vai a sapere, finito male, nella noia o nell’odio. Così, dopo che ho pronunciato quelle parole per me magiche ma per costoro addirittura tragiche, e ho constatato l’imbarazzato aggiustarsi sulla sedia, l’irrigidimento dei lineamenti, la voglia di cambiare argomento, io l’argomento non lo cambio, anzi, insisto, affermo e riaffermo che non solo amo e venero, ma investo di un valore unico, inestimabile e universale (e con “universale” comprendo anche lembi spaziali di cui al momento non abbiamo contezza) quel prodigioso fenomeno umano che va sotto la definizione di Letteratura Russa. Lo dico, come l’ho detto adesso. E otto volte su dieci, quando ne misuro gli effetti, mi devo ripetere: calma, non puoi pretendere, cosa pretendi? tu ami, e come tutti gli amanti sei suscettibile, facinoroso, ridicolo.

Il punto è che io soffro veramente quando mi accorgo che la maggior parte della gente associa alla letteratura russa la cappa di una dolenza insostenibile, che la soggezione rispetto a quei tomi e alla loro corpulenza inaudita di Balene Letterarie Spiaggiate vince sulla voglia di scoprirli, e che i Grandi l’hanno così magnificamente rappresentata prima, ed emblematizzata poi, da averne anche accentrato l’idea che in larga parte la gente ha di essa. Ma posto che associare Tolstoj alla noia costituisce un’indegna fake news contro la quale mi scaglierò fino alla morte, vorrei usare questo spazio per celebrare la Letteratura russa nelle sue inattese sfumature: per esempio, quelle che passano per il comico, giacché, come diceva Fëdor, “siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol”.

Vorrei quindi cominciare alzando un bicchierino di vodka per Daniil Charms, l’extraterrestre extrasovietico odiatore di infanti, folle ed eccentrico genio del nonsense e del surrealismo – “L’uomo che sapeva fare miracoli” e “Casi” sono violenta dinamite di irrazionale, portenti di disordine estremo e commovente. Poi vorrei proporre un brindisi per il gigante barbuto Sergej Dovlatov e la sua vena mirabile per la commedia fulminea, quella di “Noialtri”, stringata e divertentissima saga familiare di 150 pagine, e quella di “Straniera”, micro epopea dell’assurdo nella russissima Centottava strada a New York. Infine, in alto i calici per il fuoriclasse Michail Zoščenko e i suoi “Racconti sentimentali”, che risposero ai piani quinquennali con storielle di uomini dai calzini rotti e senza soldi per il teatro (ma che si ingegnano per andarci ugualmente), e che, grazie al teatro di tre pianerottoli, si sono burlati dell’homo sovieticus, cioè dell’uomo rabbioso ma prono, ossia di me, di voi, di noi tutti.

Vorrei augurare lunga, lunghissima vita a ogni pagina di questa letteratura russa umoristica sulla quale mi sono formato, perché ha difeso e difende la mia libertà di essere umano.